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La storia dei briganti d’Abruzzo

Briganti d'Abruzzo

Quando si parla del fenomeno del brigantaggio, e nel nostro caso dei briganti d’Abruzzo, bisogna prestare molta attenzione e non lasciarsi prendere dagli entusiasmi. La storiografia è troppo spesso vittima di pregiudizi ideologici e schieramenti faziosi, che impediscono di analizzare i reali problemi e le cause che hanno portato allo sviluppo di determinati fenomeni.

Fenomeni che, e il caso dei briganti d’Abruzzo e dei loro simili che nel centro-sud italiano spopolarono a seguito dell’unità d’Italia, ancora oggi sono capaci di spiegare la condizione del nostro Paese. Lo sguardo sulla nostra storia e l’approfondimento di essa è un buon modo per capire ciò che siamo. Senza emettere sentenze di alcun tipo, ma evitando qualsiasi tipo di generalizzazione per cui i “buoni” sarebbero solo in uno schieramento e i “cattivi”, inevitabilmente, solo sull’altro.

Conoscere i briganti d’Abruzzo di allora per capire l’Italia di oggi

Le origini del fenomeno

Ogni fenomeno storico ha le sue cause e le sue origini, che è doveroso prendere in considerazione. Non per esprimere giudizi di merito – è sempre bene ricordarlo – ma per contestualizzare in maniera il più approfondita possibile quella che era la situazione dell’epoca. Siamo nel periodo successivo all’unità d’Italia, precisamente tra il 1860 e il 1870, in un decennio dove il fenomeno dei briganti d’Abruzzo ha conosciuto probabilmente il suo maggior sviluppo.

In quegli anni si costituirono diverse bande e alla storia sono passati numerosi nomi celebri di capi che guidarono questi gruppi. Tra i briganti d’Abruzzo più famosi troviamo Giuseppe e Felice Marinucci, Giuseppe Tamburrini, Pasquale Del Monaco, Antonio la Vella, Giovanni Di Sciascio, Nicola Marino, Salvatore Scenna, Domenico Valerio e molti altri ancora.

I briganti si costituirono per rispondere a un malessere diffuso, figlio di vere e proprie ingiustizie, miseria economica e numerosi soprusi. Per capire qualcosa di quel periodo può essere utile anche riprendere le espressioni dei protagonisti, come la celebre “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” di Massimo D’Azeglio che spiega molto bene come l’Italia e gli italiani fossero due entità molto divise.

L’Italia, gli italiani e gli abruzzesi

L’Italia come entità politica nazionale, per riprendere le parole di D’Azeglio, fu fatta senza gli italiani e per molti aspetti tale unificazione avvenne contro di loro. Fu percepito come un processo estraneo alle reali esigenze della popolazione (specie quella più povera) che vide nei piemontesi come degli usurpatori che conquistarono il centro-sud della nostra penisola, trattandolo al pari di un territorio di guerra conquistato. Qui nasce anche l’annoso e ancora attuale “problema meridionale” con una spaccatura profonda, e lancinante, che divide in due l’Italia, anche quella del nuovo millennio. Che il brigantaggio si sia sviluppato solamente nel meridione italiano dovrebbe far riflettere e risultare un dato molto significativo.

Per rispondere a una serie di ingiustizie, appropriazioni e violazioni, la popolazione si costituì in bande per ribellarsi a quanto stava accadendo. Le bande erano formate da contadini, disertori dell’esercito e contadini, dove ben presto ci fu chi si approfittò della situazione per far degenerare anche le migliori aspettative di rivalsa e rivendicazione di alcuni diritti elementari.

Le bande di briganti furono soppresse dall’esercito nazionale che decretò la fine, sanguinosa, del fenomeno. Per conoscere ancora più nel dettaglio questa storia è possibile percorrere all’interno del Parco della Majella alcuni sentieri, che ripercorrono le orme dei briganti. Qui è possibile trovare diverse iscrizioni sulle rocce, come la celebre Tavola dei Briganti, che rimangono una testimonianza preziosa di questo periodo storico. Attraverso questi sentieri è possibile avere anche una prospettiva visuale migliore su quello che è stato il fenomeno del brigantaggio in Abruzzo.

Le peculiarità del territorio

Si parla di briganti d’Abruzzo in quanto in questa regione il fenomeno assunse tratti molto forti, aspri e violenti. Le caratteristiche del territorio abruzzese decretarono il momentaneo successo dei briganti contro l’esercito piemontese. L’Abruzzo è una regione piena di grotte, valli, boschi molto fitti e zone selvagge che costituirono un ottimo rifugio per i briganti e delle trappole perfette per l’esercito sabaudo che era abituato a combattere in campi di battaglia molto diversi. La Banda della Majella e la Banda degli Introdacquesi, tanto per fare due esempi molto eloquenti, furono realtà molto attive in quegli anni.

Gli abruzzesi, dopo l’unificazione, ebbero come effetto immediato quello di un aumento impressionante delle tasse che generò fame, carestie e una povertà diffusa, che si aggiunse ad una condizione precedente già non eccelsa. La reazione fu quella, a tratti terribile e violenta, dei briganti che saccheggiarono numerosi paesi e castelli e arrivarono anche allo scontro armato con l’esercito regolare. Con tutte le conseguenze di sangue che è facile immaginare.

In Abruzzo il brigantaggio ha conosciuto anche diverse anime; comprese quelle di chi voleva il ritorno dei Borboni. In questo tipo di realtà, dove la fame, l’ignoranza e l’indigenza erano i tratti distintivi, molti delinquenti ne approfittarono per le loro attività. Con conseguenze tragiche e macabre di cui ancora oggi si conserva il ricordo.

Quella dei briganti d’Abruzzo è una vicenda eloquente di ciò che è stato, realmente, per gli italiani il periodo post unitario. Da tutto questo è quindi forse possibile capire perché, tuttora, gli italiani non sono ancora fatti.

 

Immagine in evidenza: thanks to www.camminoverde.it

Scritto da Daniele Di Geronimo

Sono nato nel maggio del 1986 in provincia di Roma. Laureato in Lettere, amante della lettura, della scrittura e di tutto ciò che la lettura e la scrittura possono significare nel mondo del web. Sono attivo sui maggiori social network.

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