in

L’artigianato in Abruzzo: l’arte della ceramica

Le ceramiche del borgo di Castelli

Arte della ceramica in Abruzzo

L’artigianato è una vera e propria arte senza tempo, che rappresenta un marchio di fabbrica al quale ogni regione non dovrebbe mai rinunciare. Passioni e tradizioni tramandate di padre in figlio, trucchi e segreti di mestieri dati ormai per scontati, in quest’epoca odierna le cui generazioni sembrano sempre meno curiose di imparare mestieri così intrisi di fascino e cultura.

Ma creare un prodotto artigianale, significa dare l’opportunità a qualcuno di entrare in possesso di una fetta di storia e tradizione; si regala, quindi, l’acceso a un percorso continuo di scambio di esperienze, sia culturali che sociali. Ogni artigiano non possiede solo abilità tecniche, artistiche e capacità creative e ingegnose di alto livello, ma possiede soprattutto un suo personalissimo linguaggio, così che ogni sua opera, unica e sempre diversa, possa esprimere la propria personalità.

Ceramista all'opera
Ceramista all’opera

L’arte della ceramica

L’Abruzzo ci regala moltissimi esempi di pregiato artigianato come quello relativo alla lavorazione della ceramica, un’attività tradizionale propria di molti paesini d’Abruzzo, dalla Majella al Gran Sasso. Il fulcro per quest’arte è, da sempre, il piccolo borgo di Castelli: il più famoso centro di produzione della ceramica e della maiolica dalla fine del ‘400. Intere generazioni di artisti artigiani che tramandano l’arte di padre in figlio realizzano, ancora oggi, oggetti unici nel loro genere. Le origini di quest’arte sono antiche: la produzione è stata favorita dalla presenza dei monaci benedettini che in tempi remoti si stabilirono nei pressi di questo agglomerato di case alle falde del Gran Sasso.

I primi reperti datati risalgono al XV secolo ma non è possibile dare una data esatta su quando la produzione ceramica sia davvero cominciata. Di certo c’è che tutti gli abitanti erano coinvolti nel corso del suo intero ciclo produttivo. L’argilla veniva estratta dalle cave, raffinata per essere lavorata, rifinita, cotta ed infine decorata. La cottura era la fase più delicata in quanto i materiali necessitavano di una determinata temperatura ed i forni chiaramente non erano dotati di termometri

La famiglia Grue fu quella che più di tutte influenzò le regole della ceramica castellana con Carlo Antonio, il maggiore esponente. Nella decorazione erano utilizzati solamente cinque colori (giallo, verde, azzurro, arancio e bruno manganese) pur con tutte le sfumature, con l’assenza del rosso che venne introdotto alla fine del 1700 da Gesualdo Fuina di Loreto Aprutino.

Ceramiche di Castelli
Ceramiche di Castelli

Il museo della ceramica

Inaugurato nel 1984 presso l’antico convento francescano fuori il borgo medievale, è un unicum dell’arte abruzzese, voluto per salvaguardare le tradizioni locali della lavorazione della ceramica. Il museo offre il percorso nel chiostro conventuale, con 24 tondi in maiolica, e un percorso della storia della ceramica abruzzese e castellina in due livelli.

Sarà così possibile conoscere la storia della mostra delle ceramiche, dalle origini nel 1400 circa fino al 1900. Alcuni pezzi riguardano anche reperti archeologici delle civiltà italiche abruzzesi, in modo da collegare l’arte rinascimentale con la secolare tradizione locale. Gran parte del materiale viene dalla collezione di Giancarlo Polidori. Tra i reperti di maggiore pregio ci sono una Cona cinquecentesca di San Donato, una Madonna col Bambino di Orazio Pompei (1551), e una collezione di utensili e soprammobili della bottega Grue e di quella dei Gentili, attivi anche a Loreto Aprutino. Al piano terra c’è una seconda collezione donata dal Maestro Giorgio Saturni, docente storico dell’Istituto d’Arte di Castelli.

Cona di San Donato
Cona di San Donato

La bottega Grue

La famiglia Grue fu quella che si distinse maggiormente tra le botteghe, diventando maestra e modello da seguire, con Carlo Antonio Grue che ne fu il più valido rappresentante. Nelle decorazioni erano utilizzati inizialmente solo cinque colori, con tutte le varie sfumature, con l’assenza del rosso, che venne introdotto alla fine del ‘700 da Gesualdo Fuina di Loreto Aprutino. I capostipiti della famiglia Grue furono Marco e Domenico, i loro figli Antonio e Giovanni diedero vita a due rami di artisti, che si interessarono alla realizzazione di ceramiche per i monasteri e per gli avvocati. Figlio di Antonio Grue fu Francesco Angelo, nato nel 1618.

Il primo innovatore della maiolica castellina, seppe unire abilmente l’arte ceramista fiorentina e quella nascente abruzzese. La produzione di Francesco andò sempre più evolvendosi, dalla produzione iniziale di figure fredde, schematiche e dure, dove dominavano il colore giallo e l’azzurro, fino all’uso delle fonti incisorie riportate a spolvero, utilizzate più liberamente, cambiando la cromatura al bruno manganese e verde rame, raggiungendo un notevole effetto chiaroscurale. Il figlio Carlo Antonio Grue adottò le lumeggiature d’oro cotte a terzo fuoco del padre Francesco, e integrò come in un perfetto dipinto la scena e lo sfondo paesaggistico, ottenuto con lo studio della luce naturale per le sfumature chiaroscurali.

Carlo Antonio predilesse scene di caccia o bozzetti bucolici. Le opere sempre più famose di Carlo Antonio viaggiarono fuori dal paese, e dalle fiere mercantili di Lanciano, il nome di Castelli iniziò a diffondersi per tutto il panorama nazionale, specialmente nel contesto napoletano.

Ciro il giovane incontra Lisandro - Francesco Antonio Grue
Ciro il giovane incontra Lisandro – Francesco Antonio Grue

La bottega Gentili

Famiglia di ceramisti attiva a Castelli dalla seconda metà del XVII secolo sino al XVIII, le sorti di questa famiglia si intrecciano con i Grue ed i Cappelletti, legati da vincoli di parentela. Originari di Anversa degli Abruzzi, paese della valle del Sagittario, il capostipite della famiglia fu Bernardino Gentili il Vecchio. Poche ceramiche istoriate, tra quelle da lui realizzate, sono oggi note: una grande targa, firmata e datata 10 febbraio 1672, con l’immagine della Madonna del Carmine con i santi Domenico e Francesco fa parte della collezione Acerbo e oggi si trova alla Galleria delle antiche ceramiche abruzzesi di Loreto Aprutino; una targa con Cristo in croce è firmata ed è datata 1670.

Altre due targhe votive sono dovute alla sua mano; la prima, del 1683, con San Benedetto vestito del suo abito tradizionale – la cocolla – e con in mano il codice con la Regola, faceva parte della collezione Paparella Treccia di Pescara ed è stata donata all’Abbazia di Montecassino; la seconda, con Madonna e Bambino, si trova nella collezione Bindi, al Museo capitolare di Atri e porta la data 1659. Lo stile dei decori è analogo a quello di Francesco Grue, nella cui bottega molto probabilmente Bernardino Gentili ha lavorato.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0
La Genziana

La Genziana: diverse forme per un grande sapore

Liquirizia di Atri

Liquirizia di Atri: l’oro nero dell’Abruzzo