in ,

L’area archeologica delle terme romane dell’antica Histonium

Le più grandi dell’intera fascia Adriatica dell’Italia centro-meridionale con un’estensione di 250 m², le terme di Vasto, l’antica Histonium, sono uno dei siti archeologici di cui la città può essere più orgogliosa. Sono aperte regolarmente al pubblico durante l’estate, mentre nelle altre stagioni è possibile comunque visitare l’area archeologica contattando la delegazione FAI di Vasto.

Le terme di Vasto

Il complesso termale risale al II secolo d.C. e fu scoperto grazie ad alcuni saggi di scavo eseguiti nel 1973-1974.
Da quella prima scoperta sono passati altri vent’anni prima che, tra il 1994 e il 1997, fossero riportati alla luce il mosaico del Nettuno e i vari ambienti del complesso. Molta parte del sito è ancora sepolta sotto la vicina strada Adriatica e la chiesa di Sant’Antonio.

Questo complesso di notevoli proporzioni e pregio artistico, è tra i meglio conservati della regione Abruzzo.

In tutto si hanno tre pavimenti, due a mosaico e uno in marmo, delle terme di Histonium, affiorati finora, tutti di rara bellezza, a testimonianza del grado di civiltà e di opulenza che il municipium romano aveva raggiunto durante l’apogeo imperiale.

In base alla sua dimensione totale e alla sua posizione periferica nella città romana, si suppone che il complesso fosse aperto a tutti, indistintamente dalla classe sociale di appartenenza, pur non presentando percorsi differenziati per uomini e per donne, tipici delle terme romane più simmetriche.

La Soprintendenza continuò con gli scavi, alla ricerca di un possibile quarto pavimento, seguendo la tecnica costruttiva di base delle terme, due ambienti destinati ai bagni sono stati recuperati, però le ipotesi suggeriscono che esista anche il tepidarium, forse presso l’arena della Madonna delle Grazie, più a nord, dove si trovano anche i resti del tracciato stradale della Via Frentana-Traianea, interrata nella platea, con un’edicola medievale.

Mosaico di Nettuno

È il mosaico più esteso delle terme con i suoi 170 m², ma una parte non è visibile, poiché sottostà alla sagrestia della chiesa adiacente di Sant’Antonio. È stato portato alla luce nel 1997. Presenta una decorazione con raffinati intrecci di elementi vegetali stilizzati, che definiscono tredici zone a forma di quadrifoglio.

Nella zona centrale, spicca la figura del Nettuno, il quale regge un tridente nella mano sinistra e un delfino nell’altra. Negli altri campi è possibile ammirare: tre Nereidi, di cui due sul dorso di cavalli e una di un drago; la coda di un delfino; tre tritoni e un amorino.

Sulla fascia destra del pavimento le decorazioni sono state danneggiate da scavi ottocenteschi eseguiti per la risistemazione dell’edificio della Sottointendenza borbonica (divenuta in seguito Sottoprefettura regia) che occupò il convento, risalente al XIII secolo.

La vasca del Mosaico del Nettuno era molto probabilmente un “frigidarium”, conteneva cioè acqua fredda. Il vano infatti era troppo grande per poter essere riscaldato costantemente, e inoltre non è stato rinvenuto il “praefurnium” che avrebbe dovuto riscaldare l’acqua.

Mosaico Marino

Si estende per circa 38 m². Nel 1974 i saggi eseguiti portarono alla luce questo mosaico, che fu poi trasportato nel Museo Archeologico di Palazzo d’Avalos per un ventennio e in seguito venne ritrasferito “in situ” restaurato. Anch’esso presenta una decorazione con elementi floreali che incastonano un originale assetto in ellissi e croci.

Vi sono due croci centrali, raffiguranti cadauna due cavalli marini e due pesci; ai loro lati sono disposte quattro ellissi recanti delfini e polipi.

Nel campo rettangolare, compaiono: ai lati due pesci, al centro una tigre marina ruggente, con il collo crestato, la zampa destra sollevata, il collo crestato e la coda pisciforme terminante in una pinna bipartita. Due zone mistilinee, ciascuna con un elemento floreale stilizzato posto al centro, sono caratterizzate da quattro tridenti i quali chiaramente rimandano al Mosaico del Nettuno.

 

Immagine di copertina: thanks to fondoambiente.it

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Nasce il Maiella Geopark, patrimonio mondiale dell’Unesco

Tarallucci alla chietina: i dolci della tradizione