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L’Abruzzo mitico di John Fante

La vita e la rinascita letteraria dello scrittore originario di Torricella Peligna

John Fante

Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustoso. Si chiamava Svevo Bandini (…). Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava (…). Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado.”

Questo è l’incipit del primo romanzo pubblicato da John Fante (Aspetta primavera, Bandini), all’interno del quale, prima ancora di Arturo Bandini, suo alter ego e ritratto dell’artista da giovane, compare il personaggio di Svevo Bandini, padre di Arturo e abruzzese.

L’Abruzzo, infatti, è la terra primitiva dove è nato anche il padre di John, Nicola Fante, un muratore che per sfuggire alla miseria della sua terra, ha attraversato l’oceano, migrante, per lasciare le montagne appenniniche e raggiungere quelle del Colorado.

L’Abruzzo dell’italoamericano John, che non sapeva parlare italiano se non qualche parola in dialetto ascoltata dal padre, è soprattutto un piccolo paese, Torricella Peligna, un luogo primordiale, l’Eden della sua mitologia familiare, un luogo lontano e mai visitato realmente. Un mondo-paese popolato da personaggi leggendari come il suo antenato brigante Mingo di cui proprio il padre lo esorta a scriverne la storia nel romanzo Full of Life:

Un uomo coraggioso, mio zio Mingo. Era un Andrilli, fratello di tua nonna. L’hanno appeso proprio là, in Abruzzo. I Carabinieri… Due proiettili nella spalla. Ma l’hanno appeso lo stesso. E sua moglie lì, che piangeva. Sessantuno anni fa. L’ho visto con i miei occhi. Coletta Andrilli, bella donna.”

John Fante
John Fante

Eppure, John Fante non visitò mai il paese paterno, nemmeno quando arrivò a Roma tra il 1957 e il 1960 per un lavoro da sceneggiatore con il noto produttore Dino De Laurentiis. Il biografo Stephen Cooper racconta che John a Torricella Peligna vi sia solo passato velocemente senza fermarsi: “Fante parcheggiò nella piazza del paese, ma immediatamente obbligò l’autista a fare marcia indietro, preso dal panico di calpestare gli stessi posti in cui aveva camminato il padre”.

Per capire l’importanza di John Fante scrittore, sarà sufficiente ripercorrere i suoi ultimi anni di vita. Sebbene afflitto da un dilagante diabete che lo ha reso cieco e disabile, nel 1979 John Fante inizia a dettare alla moglie quello che sarà il suo ultimo romanzo, Dreams From Bunker Hill (Sogni di Bunker Hill), pubblicato dalla Black Sparrow nel ’82, un anno prima della sua morte. Un ultimo lavoro, dunque, che rese John Fante, da quel momento in poi, uno scrittore di culto apprezzato in tutto il mondo.

Chiedi alla polvere
Chiedi alla polvere

Ma il suo romanzo più importante, Chiedi alla Polvere, snobbato dalla critica e dimenticato tra la polvere degli scaffali, fu riportato alla ribalta da Charles Bukowski: “Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino.” Il riconoscimento dello scrittore, dunque, è arrivato molto tardi e quasi a ridosso della sua morte.

John Fante non parlava affatto bene l’italiano, conosceva solo l’Abruzzo dei racconti paterni, eppure la sua americanità stilistica è sempre stata intrisa di una profonda italianità: influenzato dal suo status di emigrante tra gli emigranti, John si sentiva profondamente americano, ma senza dimenticare di essere pur sempre un italiano. Nei suoi libri, soprattutto nei quadri arcaici di vita familiare, l’italianità emerge prepotentemente e gli spaccati di vita domestica sembrano quelli di un tipico paese del sud Italia degli anni ’20 o ’30, come poteva essere, appunto, Torricella Peligna.

“Vivere era già abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico.”

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