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Ivan Graziani: la storia di un cantautore libero

“L’essenza del mio lavoro la devo all’Abruzzo, alla gente tra cui sono cresciuto”

Ivan Graziani

“Grande Sasso, conserva il tuo mistero/e ogni sogno fatto lo vivrò davvero”

Questo è quello che scriveva Ivan Graziani in una canzone dedicata alla cima più alta dell’Appennino. Nasce a Teramo il 6 ottobre 1945, da madre sarda e padre abruzzese, un artista che ha anticipato i tempi e rivoluzionato il cantautorato italiano. Suo padre, Paolo, è il “fotografo di matrimoni” immortalato in “Io mi annoio” (“Cicli e tricicli“, 1991), con lo studio a Teramo sul “Campo della fiera” (“La città che io vorrei” 1973 e “Ballata per quattro stagioni“, 1976), in testi che sono solo due delle innumerevoli tessere di un ricco puzzle autobiografico costruito da Graziani, in cui vi è sempre posto per i paesaggi e per la gente del suo amato Abruzzo che costituiranno in larga misura “la forza del mio lavoro, l’essenza di quello che ho messo nelle mie canzoni”.

Nino Dale and his Modernists
Nino Dale and his Modernists

Ben prima dell’adolescenza riceve in dono una batteria, che diventa, insieme al disegno, il passatempo preferito del futuro cantautore. Ivan Graziani, occhiali rossi dalla montatura enorme, a quindici anni è già in tour in Tunisia con la band abruzzese Nino Dale and his Modernists: “Sarà stato il cappotto nocciola o il suo accento da abruzzese pulito o il cappello alla Humphrey Bogart e la faccia di uno che è già conosciuto. Sarà stato quello che è stato, partimmo tutti per il mare a suonare, io, Nino Dale and his Modernists”.

Un giovanissimo Ivan Graziani
Un giovanissimo Ivan Graziani

Lasciò poi l’Abruzzo per Urbino, dove si diploma in arti grafiche. L’amore per la musica si concretizza con la fondazione dell’Anonima Sud e il successo lo travolsero nel 1977 con l’album “I lupi”. Si tratta di un’opera a cui Graziani sarà sempre molto legato, un disco di “grande rivalsa“, in cui la sua ormai affermata capacità tecnica trova una collocazione piena, unita a una ormai consolidata capacità di scrittura che si sposta libera tra riferimenti quotidiani e immagini più fantasiose e oscure, tra sonorità taglienti ed energiche e arpeggi che garantiscono a Graziani assoluto successo. Considerata uno dei testi più belli di Graziani, “Lugano Addio“, rimane in classifica per dieci settimane fino a raggiungere il diciannovesimo posto, contribuendo a consolidare la fama della capacità del musicista di far convivere un’anima rock ad espressioni di altissimo cantautorato:

“E mio padre sì”/ tu mi dicevi / “quassù in montagna ha combattuto” / Poi del mio mi domandavi / Ed io pensavo a casa mio padre fermo sulla spiaggia / le reti al sole, i pescherecci in alto mare / conchiglie e stelle / le bestemmie e il suo dolore.” (da “Lugano Addio“, 1977)

La copertina dell'album "Pigro"
La copertina dell’album “Pigro”

Nel 1978 esce “Pigro”. Annunciato da una copertina irriverente ad opera di Mario Convertino, il quale coglie con genialità due tratti caratteristici di Graziani (la sua acuta ironia simboleggiata dal grosso maiale, e il vezzo rappresentato appunto dall’enorme occhiale rosso), il disco rappresenta una svolta artistica per Ivan che, forte di studi profondi sul folklore mediterraneo e statunitense, introduce un modo assolutamente rivoluzionario di intendere il rock’n’roll italiano, tanto da avere la sfrontatezza di dichiarare che nel rock’n’roll ci sono scampoli di tradizione abruzzese: “Nella seconda metà dell’800 in America c’erano più abruzzesi che indiani… e questi disgraziati oltre a lavorare come bestie avranno cantato e ballato le loro cose, se non altro come ricordo del loro paese, e tra queste la più sentita e importante è il saltarello che è un tempo molto simile alla tarantella, simile al ballo tondo che c’è in Sardegna. […] Anche se il rock fosse nato indipendentemente dalle nostre tradizioni, esso funziona magnificamente qui da noi e si adatta al bisogno di divertimento che anche nelle nostre musiche si poteva riscontrare. Il divertimento, che non è una stronzata ma è una cosa seria, è il 90% del rock, l’altro 10% serve per chi, come me, vuole usare questo genere musicale per cercare di dire qualcosa”.

Ivan Graziani
Ivan Graziani

Con “Pigro” sfodera un disco che ha l’ambizione di rendere l’espressione “rock italiano” ben altro che un sinonimo di “rock melodico”.  Ivan fa un grande lascito alla musica d’autore italiana segnando la strada di un modo inedito di approcciarsi al rock, non già vissuto come complesso di inferiorità ed emulazione nei confronti dell’estetica anglosassone, ma come fiera affermazione della tradizione italiana. Ivan presenta otto storie di vite spezzate dalla pigrizia mentale, dall’indolenza, dall’incapacità di avere fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità, attraverso versi taglienti e un rock sporco scandito da un riff definitivo di chitarra acustica. La canzone “Monna Lisa”, ad esempio, trascinante ballata rock, racconta l’avventura del ladro della Gioconda, che, in base a confuse rivendicazioni estetico-sociali, tenta il furto del secolo. In anni in cui si parlava dell’inconciliabilità tra metrica rock e lingua italiana, il brano è una dimostrazione di forza e capacità di scrittura: “Il rock, proprio perché è spigoloso, angoloso nella costruzione metrica, ti lascia la libertà di scrivere versi che non sono versi, ti dà la possibilità di dare una mazzata in testa alla retorica. Sfido chiunque a musicare parole come quelle di “Monna Lisa” con un genere musicale diverso dal rock; per inseguire quelle parole, specialmente negli stacchi, sono andato letteralmente in manicomio. […] Se tu entri dentro a questo gioco demoniaco che ha il rock, tu puoi parlare di una sedia ed essere interessante”.

Nei confronti di Ivan Graziani, la musica italiana è certamente debitrice dell’invenzione di un cantautorato nuovo, in grado di mescolare con maestria le sonorità dei più grandi riferimenti del rock di quel periodo, ad un recupero sincero e profondo del folklore italiano. In parte, è forse proprio questo ad aver limitato fino ad oggi la riconoscenza nei confronti della figura di Graziani: l’essersi mosso tra provocazione e impertinenza, cocciutaggine e ironia, critico e sensibile interprete di quel grande rock di cui ai suoi tempi l’Italia sentiva ancora la mancanza. Ivan, sensibile ma tagliente osservatore della realtà, rientra nella categoria di quegli artisti che hanno anticipato i tempi ma sono stati per questo emarginati e incompresi. E per quanto in questi anni in molti si stiano prodigando per promuoverne la sua riscoperta, la sua grande eredità sembra essere rimasta sepolta con lui insieme all’inseparabile chitarra e ai suoi grandi occhiali rossi. Un artista dal talento immenso, ma reo appunto di essere sempre stato sfacciatamente libero e indipendente.

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