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Eremi in Abruzzo: le tombe rupestri di San Liberatore

Tombe rupestri di San Liberatore

L’eremitismo è stato definito da Ignazio Silone come “la forma più accessibile di salvezza e di elevazione da una condizione umana dura, servile e prossima alla disperazione”. In effetti esso rappresentò una risposta estrema, sia sul piano religioso che civile, alla disgregazione sociale e culturale che dopo il crollo dell’impero romano, chiuse la nostra regione in uno spaventoso isolamento.

La dimensione della solitudine nel tempo si modificò: da quella del singolo anacoreta a quella della comunità monastica, che mirava a ricostruire una società perfetta. Gli eremiti vivevano, inizialmente, in grotte e ripari sottoroccia per poi giungere a delle vere e proprie strutture munite d’ingresso, di cappella e zona abitativa. La devozione dei fedeli e l’ampliamento delle comunità monastiche portarono in seguito alla nascita degli eremi, che costituiscono una tappa importante fra la primitiva grotta cultuale e la chiesa vera e propria.

Secondo la storiografia recente l’Abruzzo fu una delle prime regioni a ricevere il messaggio cristiano, grazie alla sua vicinanza con Roma. Le montagne impervie della nostra regione hanno rappresentato, nel corso dei secoli, un luogo adatto alla vita anacoretica e alla meditazione, tanto che in tutto l’Abruzzo si contano quasi cento eremi. Ancor oggi donano al visitatore il ricordo della magia e della sacralità che li hanno caratterizzati nel corso del tempo. Tra le figure di Santi eremiti che hanno abitato questi luoghi, la più emblematica è sicuramente quella di Pietro Angelerio, conosciuto come Fra Pietro dal Morrone, divenuto successivamente Papa con il nome di Celestino V e noto per il suo rifiuto al pontificato dopo solo pochi mesi.

Oggi parliamo del complesso delle tombe rupestri di San Liberatore.

Tombe rupestri di San Liberatore

È raggiungibile dal piazzale del monastero di San Liberatore di Serramonacesca, attraverso un comodo sentiero che porta sulla riva del fiume Alento, raggiunto il quale il complesso è già visibile. Le tombe sono collocate su una parete di 20 metri percorribile attraverso un sentiero largo dai 40 ai 100 cm. Scavate nel banco roccioso si possono contare tre tombe, una piccola nicchia ed una cappellina. La tipologia delle tombe è ad arcosolio, cioè a forma di sarcofago sormontato da un arco, tipica catacombe cristiane dei ceti nobili.

Lungo la parete, dopo uno stretto passaggio, si giunge ad una cappella da cui tre rozzi gradini conducono ad una specie di podio; sul lato sinistro è posta una piccola vasca, forse con funzione di acquasantiera, per la raccolta dell’acqua piovana. Sul podio si notano i resti di una base su cui doveva poggiare una statua e, sul retro, una nicchia con i resti di un affresco reso irriconoscibile a causa dell’elevata umidità. Non ci sono tracce delle antiche lastre di chiusura delle tombe che generalmente recavano impresse iscrizioni e simboli.

Nessuna notizia sul complesso tombale ci è pervenuta, né dalla tradizione locale né dalle fonti storiche. Si può ipotizzare che il complesso appartenesse ad un piccolo nucleo di eremiti che, intorno all’VIII-IX secolo, dovevano abitare la zona. Sicuramente con il trasformarsi della comunità in un gruppo più organizzato e numeroso, la piccola parete perse la sua funzione pur rimanendo per tutti un luogo sacro. Esso doveva essere dedicato a San Giovanni, come si evince dalla toponomastica locale, secondo la quale il luogo viene chiamato ancora “San Giuannelle”.

 

Immagine in evidenza: thanks to halleyweb.com

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