in

Atessa: le “ndòrce” di San Martino e la storia del pellegrinaggio

In Abruzzo San Martino si festeggia anche a maggio. Il Santo, infatti, è diverso dal vescovo di Tours, che si venera in novembre. Una tradizione molto sentita carica di spiritualità ed emozione.

La storia

San Martino, eremita nato ad Atessa nel Quattrocento, peregrinò per la frazione Vallaspra, piantando un olmo, dove si trova il convento di San Pasquale, fino ad arrivare in una grotta nei pressi di Fara San Martino, dove sorse un monastero in sua memoria. Proprio nella vallata di Fara San Martino il santo si ritirò in eremitaggio, e avrebbe chiesto ai devoti di portare delle torce per ristorare le sue notti, le cosiddette “ndòrce”. All’approssimarsi della sua morte il Santo, tornato in paese, chiese al popolo di commemorarlo portando ogni anno dei ceri nel luogo del suo eremitaggio.

Prima di arrivare nella gola, i devoti si fermano davanti alla parrocchia di San Remigio e depongono delle spighe di grano e le ndorce davanti all’altare laterale di San Martino. Giunti presso la roccia dell’antica abbazia, avviene il rito tradizionale abruzzese dello “sfregamento” contro la parete, ritenuta benedetta e miracolosa, allo stesso modo del rito dello strofinamento presso le grotte interne di montagna, durante le feste di San Michele.

La festa

La festa popolare consiste nella partenza dei pellegrini dal piazzale della Cattedrale di San Leucio di Atessa la mattina all’alba, per avviarsi verso la montagna, in direzione del Vallone di Santo Spirito di Fara San Martino, e rinnovare la tradizione di portare in dono al santo miracoloso cinque grandi ceri votivi, detti “ndorce”, al fine di scongiurare la siccità e propiziare il buon esito dei raccolti. Le “ndorce” sono grosse torce del peso di circa 7 chili, con un cero centrale e quattro più piccole, intervallati da canne, alla cui sommità sono posti dei fiori.

Il cammino, di circa 30 chilometri, (Atessa, San Pasquale, Crocetta di Bomba, Sant’Antonio di Bomba  Roccascalegna, Gessopalena, Lago di Casoli – Ciclone – Civitella Messer Raimondo, Fara San Martino) è molto impegnativo. Infatti i pellegrini compiono alcune soste rituali e vengono ristorati dagli abitanti dei paesi che incontrano sul percorso e accolgono chiunque voglia unirsi al cammino.

Arrivati a Fara entrano nella Chiesa madre e lasciano, come offerta, due mazzi di spighe di grano e due “n’dorce”, poi proseguono per lo stretto passaggio della gola di San Martino, dove ci sono i ruderi dell’antico monastero che regalano al luogo un alone di magia.

I devoti salgono quindi fino alla grotta dove San Martino visse da eremita. Qui depongono le altre “ndorce” e le accendono, poi raccolgono pietruzze, “le cicelitte” che useranno per guarire dai dolori addominali o per spargere sui campi per benedire il raccolto.

Dopo una cena frugale i  pellegrini si recano nella Chiesa di San Pietro per passarvi la notte e attendere, al mattino la benedizione delle cicelitte. Quindi riprendono la strada del ritorno. Al loro arrivo il popolo atessano li accoglie con il suono delle campane. Fino a qualche decennio fa, questo pellegrinaggio veniva effettuato per tre volte: l’ultima domenica di aprile, la seconda e la quarta domenica di maggio.

 

Immagine in evidenza: thanks to tesoridabruzzo.com

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

La pizza scima: il piatto povero abruzzese per eccellenza

Apre il MAXXI L’Aquila, museo di arte contemporanea a Palazzo Ardinghelli