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Alla scoperta del Mammut aquilano

Ecco come la storia può ancora stupirci

Dal 5 marzo all’8 maggio, secondo quanto riportato dal sito del Museo Nazionale d’Abruzzo, si susseguiranno una serie di aperture straordinarie per osservare da vicino nella sua straordinaria imponenza il Mammuthus Merdionalis, meglio conosciuto con il nome di Mammut aquilano. Lo scheletro del Mammut, unico nel suo genere e in un perfetto stato di conservazione, fu rinvenuto, quasi per caso, nel 1954 in una cava di argilla in una località del comune di Scoppito, precisamente a Madonna della Strada, nella conca aquilana che un tempo era un bacino lacustre.

Risalirebbe a 1,3 milioni di anni fa e probabilmente si aggirava da quelle parti proprio per l’abbondante presenza di acqua, dato che, secondo alcuni studi, aveva bisogno, nella sua dieta quotidiana, di almeno 80 litri d’acqua e di 200 di erba. Il periodo in cui è vissuto è stato ricostruito anche grazie agli studi compiuti sugli strati di sabbia e argilla che lo ricoprivano quando è stato rinvenuto. Questi sedimenti hanno fornito informazioni utili sull’anagrafica e su come si sia modificato l’ambiente in cui è vissuto.

Prima esposizione nella sala del Bastione est del Castello Cinquecentesco – L’Aquila

Il mammut era un esemplare maschio, dato stabilito dagli esperti per la particolare forma e per l’ampiezza della cavità pelvica, ovvero dell’apertura del bacino più grande e ampia negli esemplari femmina. Le ulteriori ricerche, condotte a seguito dell’immediato restauro, hanno permesso di conoscere anche altri particolari il nostro esemplare era particolarmente alto, circa 4 metri, e con una massa corporea di oltre 11 tonnellate, quasi il doppio dell’elefante asiatico attuale.

È inoltre lungo ben 7 metri se lo si misura dalla punta della zanna all’estremità della coda. Morì di vecchiaia all’età di 55 anni circa, un dato, questo, valutato studiando lo stato di usura dei denti. Altro particolare degno di nota è la mancanza di una zanna, probabilmente perduta durante uno scontro con un altro esemplare: gli studiosi, infatti, hanno intuito che nell’ultimo periodo della sua vita l’animale potesse avere una postura scorretta che non gli consentisse più di bilanciare opportunamente il proprio peso, ma di scaricarlo completamente su un unico fianco, probabilmente proprio a causa della mancanza della zanna.

Mammuthus Meridionalis – MuNDA – Museo Nazionale d’Abruzzo

Dal 1958 lo scheletro è conservato nel bastione Est del Forte Spagnolo all’Aquila. L’attuale restauro costituisce il terzo intervento conservativo del reperto. Le operazioni di recupero del Mammut iniziarono il 26 marzo del 1954 e durarono fino al 15 maggio dello stesso anno. Queste, insieme ai primi interventi di restauro e al montaggio dello scheletro nel bastione orientale del Castello dell’Aquila, furono diretti dalla Prof.ssa Angiola Maria Maccagno, operatrice presso l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Alla fine degli anni ‘80, però, a seguito del distacco di alcuni frammenti dello scheletro, si rese indispensabile un secondo intervento di restauro, che iniziò alla fine del 1987 e si concluse a giugno del 1991. Tuttavia, a distanza di circa ventitré anni dall’ultimo intervento, lo scheletro ha riportato nuovamente diverse lesioni lungo le ossa più fragili, in prossimità di particolari punti di contatto tra la struttura metallica e lo scheletro e tra le ossa stesse. Per tale ragione, grazie ad una donazione del corpo della Guardia di Finanza, un’equipe di esperti ha potuto riportare il nostro Mammut al suo antico splendore, consentendo nuovamente a tutti gli appassionati di ammirarlo in tutta la sua maestosità e bellezza.

Foto in evidenza: Mammut aquilano – Mic – Ministero della Cultura

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