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1991-2021, trent’anni di Camoscio appenninico sulla Maiella

È la colonia di camosci più forte e robusta dell’Appennino, oggi conta oltre 1.500 individui in ottima salute: è quella che vive nel Parco Nazionale della Maiella da dove, grazie a biologi e veterinari che lavorano da anni su questo ungulato di montagna, sono partiti gli esemplari fondatori di altre due colonie, quella del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e quella del Parco Regionale Sirente Velino.

Un po’ di storia

La storia di questa colonia, che segue l’iniziativa antesignana del Parco Nazionale d’Abruzzo, unico parco che, nel dopoguerra, conservava una popolazione di camosci ridotta al minimo, è quella di uno dei più riusciti interventi di salvataggio di una specie a rischio, possibile grazie anche al sostegno del paese di Lama dei Peligni (Chieti), a 700 metri di quota, che ha contribuito alla costruzione di un’area faunistica poi divenuta base per le operazioni di reintroduzione.

Misure di tutela che hanno portato il camoscio fuori dal pericolo di estinzione.

Era il 1991, e fu con la Riserva Maiella Orientale, prima ancora dell’istituzione del Parco della Maiella, che si diede inizio a questa avventura. L’avventura proseguì, con risultati molto positivi, forse inaspettati, con la regia del Parco Nazionale della Maiella.

Vennero consolidate misure di monitoraggio e di tutela, furono impiegati due progetti Life finanziati dalla Commissione Europea, l’ultimo dei quali, il ‘Life Coornata’, fu premiato a Bruxelles come best life, uno dei migliori progetti di conservazione europei.

L’area faunistica di Lama dei Peligni

L’area faunistica di Lama dei Peligni, con una superficie di circa cinque ettari, è divisa in cinque subrecinti con diverse tipologie di ambienti: pareti rocciose, boschi e radure, morfologia che consente una facile osservazione degli animali. A servizio dell’area faunistica c’è un centro veterinario. Le visite guidate possono essere prenotate presso il Centro di Visita di Lama dei Peligni.

Oggi l’area ha molteplici finalità:
  • Educativa, consentendo a tutti di osservare questo stupendo animale e più in generale offrendo l’opportunità di conoscere la biologia e l’ecologia di questa specie;
  • Scientifica, consentendo o facilitando studi ( es. etologia, fisiologia, veterinaria) difficilmente realizzabili in natura;
  • Conservazione, costituendo una vera riserva di animali e “banca genetica” da utilizzare in programmi di riproduzione in cattività (captive breeding) seguiti da rilasci in natura.

Il camoscio appenninico

Il camoscio d’Abruzzo o camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) è un mammifero artiodattilo della sottofamiglia dei Caprini. Si tratta di una sottospecie di camoscio a sé stante: i camosci appenninici, infatti, sono una popolazione ben distinta sia da quella alpina che da quella pirenaica.

Occorre fare attenzione a non confondere questo splendido animale con il più diffuso camoscio alpino: la differenza più vistosa è dovuta alla colorazione del mantello invernale.

Ulteriori differenze, inoltre, si evidenziano anche a livello craniometrico con misure significativamente minori nel camoscio appenninico. Si tratta di animali piuttosto schivi, che vivono isolati (i maschi) od in gruppi monosessuali coi cuccioli (le femmine). Saltano con apparente noncuranza attraverso burroni e crepacci profondissimi per trovare il cibo lungo le lastre rocciose semiverticali.

Il camoscio appenninico, dunque, dopo 30 anni di sforzi di conservazione, di studi, di attività di assistenza agli allevatori che ne condividevano i pascoli, può ritenersi salvo e può ritenersi simbolo di una sinergia che, nel tempo, dalle istituzioni alle associazioni, dai tecnici ai portatori di interesse, ha condotto a un successo di conservazione che è anche successo di valorizzazione identitaria per l’Abruzzo e le genti d’Appennino, perché il Camoscio appenninico è considerato dagli studiosi il Camoscio più bello del mondo.

 

Immagine in evidenza: thanks to camoscioappenninico.it

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