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Montorio al Vomano: la morte di Carnevale

I significati satirici legati alla rappresentazione del funerale di Carnevale

Carnevale a Montorio al Vomano

Nel pomeriggio del Mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima, a Montorio al Vomano (TE), va in scena il corteo funebre di Carnevale. Il corteo, secondo le testimonianze orali, sarebbe stato introdotto in paese alla fine degli anni Venti in opposizione al regime fascista e, proprio perché ostacolato dallo stesso fascismo, sarebbe poi stato recuperato nel dopoguerra, periodo in cui la manifestazione goliardica dei primi del Novecento avrebbe assunto la fisionomia che ancora oggi conserva.

Il corteo funebre
Il corteo funebre

Carnevale personificato, ormai deceduto, viene condotto in corteo per le vie del paese proprio come accadrebbe con un vero funerale; la bara è aperta e al suo interno il morto, deposto con abiti da lutto, fa gesti scaramantici con entrambe le mani con il segno delle corna. L’allestimento scenico varia di anno in anno, ma si mantiene inalterata la struttura della farsa: la bara è trainata da becchini incappucciati e accompagnata da un finto sacerdote, da un diavolo, dalla vedova di Carnevale, che si lascia andare ad un cordoglio dai toni esasperati, buffoneschi e grotteschi (nonostante la sua aperta dichiarazione di infedeltà, tanto da essere spesso accompagnata dal suo amante), dalla figlia e da altri personaggi che rivestono il ruolo di amici e parenti.

Come spesso accade in farse di questo genere, sono sempre gli uomini a recitare e ad impersonare anche ruoli femminili. Nel corso del corteo, al quale si aggrega poi l’intera comunità per lo più in maschera, vengono portate sulla scena diverse recite in cui satira e toni grotteschi predominano insieme a fatti di cronaca locale, politica nazionale e internazionale. Altro aspetto immancabile è quello musicale; il corteo è accompagnato dalla banda che alterna all’ironica marcia funebre, brani allegri e ballabili. L’orazione funebre pronunciata dal sacerdote ha per oggetto il rovesciamento del reale, tema costante in tutte le espressioni carnevalesche, in cui il povero, anche se solo per un giorno, diventa ricco, il servo diventa padrone, e così via. Altro aspetto buffonesco e provocatorio che chiude la rappresentazione è il momento in cui Carnevale torna in vita.

Carnevale torna in vita
Carnevale torna in vita

Intorno alla fine del diciannovesimo l’antropologo Antonio De Nino descriveva con queste parole il corteo funebre di Carnevale: “Per rappresentare Carnevale, è poi più curioso vedere un uomo in carne ed ossa, dentro una cassa di morto, e un finto prete presso la bara. E vedere anche una tinozza per acquasantiera e poi le solite donne piangenti. E tutti a gridare: Carnivale, pecchè sii morte? / Pane e vine non te mancava; / La ‘nsalata tinive a l’orte: / Carnevale, pecchè sii morte?”.

La complessa stratificazione degli elementi della tradizione potrebbe forse spiegare l’evidente analogia tra le parole del compianto funebre del Carnevale con il testo di uno dei più noti canti della tradizione abruzzese (Mare Maje) unito ad un brano del repertorio leggero reso celebre dal Trio Lescano (Maramao perché sei morto), composto nel 1939 e spesso associato alla censura, in quanto ironizza, sin dalle sue antiche origini, sulla morte dei potenti. Dunque, è evidente percepire l’ironia, la satira e il buffonesco in tutte le rappresentazioni carnevalesche, in occasioni delle quali il mondo si rovescia, poiché a tutti è concesso impazzire almeno una volta l’anno (Semel in anno licet insanire).

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